Lo “SqualoPavone”
Definirsi professionista informatico non è semplice: solitamente si considera tale colui che è un semplice appassionato di grafica 3D così come il web master di un sito su Internet o colui che progetta un intero sistema informativo per la gestione di un impianto nucleare. Questo perché oltre alla passione per la tecnologia che di solito accomuna questi soggetti, le barriere di accesso sono molto basse: chiunque in sostanza può definirsi professionista dell’informatica e proporsi sul mercato.
Un livello particolarmente nevralgico della questione è costituito del fatto che uno dei risultati della disoccupazione di massa può essere la progressiva alienazione del resto della società dei giovani che, secondo le indagini recenti, vogliono ancora un lavoro, nonostante tutte le difficoltà per ottenerlo, sperano ancora di poter fare una carriera soddisfacente. In termini più generali, esiste il pericolo che nel decennio futuro la società non solo sarà segnata da una crescente divisione tra ‘noi’ e ‘loro’ (intendendo, grosso modo, con questi due termini i dirigenti e la manodopera), ma vedrà aumentare le fratture all’interno dei gruppi più importanti, perché i giovani e coloro che sono relativamente privi di protezione sociale si troveranno in contrasto con i lavoratori che hanno maggiore esperienza e che sono maggiormente tutelati.”[1]
Il mercato dei professionisti dell’informatica è molto agguerrito, oltre che molto dinamico, per via della congiuntura economica che ha ristretto la frequenza dell’alternanza tra periodi positivi e periodi negativi, costringendo gli operatori economici a contrarre o espandere di conseguenza la domanda di personale specializzato. Il terreno fertile in cui si sono sviluppati i cosiddetti contratti flessibili.
In uno scenario di questo tipo le certezze del dipendente che venti anni fa poteva contare sul posto fisso e di conseguenza sulla liquidazione e sulla pensione, oggi sono scemate o scomparse del tutto, perché si lavora per pagare la pensione a chi già gode di benefici acquisiti che è impossibile togliere.In Italia, inoltre, ci si ritrova a dover competere con il ragazzino mantenuto agli studi dai genitori, che quindi non ha i costi di gestione cui va incontro chi invece apre tutti i giorni la porta del proprio studio o si mette in auto per invidiuare nuovi clienti.
È difficile distinguere il professionista vero da quello improvvisato e i clienti sono poco preparati dal punto di vista informatico per poter discriminare tariffe e competenze. Appunto, una situazione di questo tipo non si rileva in nessun’altra libera professione, per esempio gli Avvocati o i Medici, agiscono nell’ambito di confini prestabiliti. Non si vede un informatico che si improvvisa chirurgo o che convalida un atto di acquisto di una casa, ma si trovano abbastanza facilmente medici che si occupano di informatica (con risultati a volte sorprendenti) e Notai che provvedono alla redazione di documenti per l’analisi del rischio informatico.
Si è ormai diffusa anche l’idea che il software e le tecnologie sono “commodity”: una commodity si compra, si monta e si usa. Per farlo non servono professionisti, basta gente che sappia montare le cose. Perché mai dovrei pagare un gran professionista per fare queste cose? Mi basta il tecnico, come quello che mi monta l’antenna o viene a riparare la lavatrice guasta. Il software e le tecnologie non sono commodity. Non basta la gente con gli MBA che non sa nulla (o poco) di tecnologie per utilizzarle. Servono i professionisti e gli esperti dell’ICT.
“Se i venditori conoscono il livello di qualità dei loro prodotti (e servizi) ed i consumatori no si può arrivare a due conseguenze: – o non si crea un mercato – o vengono venduti solo prodotti di qualità scadente. Infatti il modello del mercato dei bidoni di Akerloff dimostra che i consumatori, non potendo distinguere beni di alta qualità da beni di qualità scarsa sono disposti a pagare un prezzo medio che soddisfa solo i produttori di beni di scarsa qualità. Anche senza arrivare a questi estremi è indubbio che una incompleta informazione porti ad una riduzione del livello qualitativo in un mercato. I consumatori non sono in grado di riconoscere e valutare correttamente i beni, perciò i produttori non sono incentivati a realizzare alta qualità. La soluzione a questa situazione è la pari informazione tra le parti.”[2]
L’Italia si distingue per i cosiddetti distretti produttivi (tessile, meccanico, anche elettronico o manifatturiero in generale), caratterizzati da piccole imprese, spesso a conduzione familiare, che però hanno sostenuto l’economia nazionale fino ad oggi e che in moltissimi casi riescono persino a competere sui mercati internazionali, tendenzialmente caratterizzati dalla presenza di uno o pochi monopolisti che in nome della cosiddetta globalizzazione pretendono di uniformare prodotti e consumatori in ogni continente. Anche nel campo informatico esistono grosse aziende che in alcuni casi detengono, più o meno onestamente rispetto al valore intrinseco del loro prodotto (per qualità tecnologica) il monopolio dei mercati.
Grazie al software a codice sorgente aperto, un informatico professionista o una piccola software house italiana, può potenzialmente concorrere con una grande azienda, persino con il monopolista del suo mercato di riferimento. Grazie alla naturale predisposizione alla collaborazione di gruppo ad un progetto comune, persone e realtà aziendali anche distanti tra di loro, persino in continenti diversi, possono costituire una sorta di distretto virtuale (nel non luogo rappresentato da Internet).
Mediante la circolazione delle informazioni e alla collaborazione reciproca di una squadra di esperti, si forma uno strato di base sul quale poggiare un’eventuale strategia di business per aggredire quote di mercato. Solitamente, inoltre, la peculiarità geografica degli attori interessati al particolare processo economico, impedisce che si formi un’elevata concorrenza: ciascuno riuscirà in virtù della propria dimensione ad agire all’interno di una ristretta area geografica.
Anziché un unico monopolista, insomma, che assume migliaia di programmatori pagandoli con uno stipendio mediocre, si può immaginare uno scenario diffuso di piccoli imprenditori e piccole software house, accomunate da un bagaglio base di conoscenze condivise, che agisce nel proprio territorio, autonomamente, recependo da esso il sostentamento. In altre parole, per fare un esempio molto più chiaro: una software house italiana (o un professionista informatico italiano), prende commesse nel suo territorio di riferimento, da imprese o enti pubblici italiani, e questo denaro rimane in Italia, non migra al di là dell’Atlantico, verso le tasche di un unico monopolista. I vantaggi sono palesi !

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