Ieri, sull’affollatissima battigia di Mondello, mi è capitato di chiacchierare con un simpatico signore. Un dirigente generale di una pubblica amministrazione.
“Spendete troppi soldi e male!” è stata la frase chiave del mio ennesimo “pacifico” tentativo di far capire, a chi può spendere e decidere, in una pubblica amministrazione, che cosa effettivamente sia l’Open Source e quali siano i vantaggi che se ne possono trarre.
Il comparto della cosiddetta “ICT” in Italia sta attraversando una crisi che non conosce precedenti, figlia peraltro di una crisi ben più grande che qualcuno è riuscito fino ad ora a nascondere grazie alla fortunata coincidenza di eventi climatici, disastri ambientali nel giardino del vicino di casa e i mondiali di calcio.
Ci si chiede come si possa recuperare competitività e riguadagnare quella valenza sul mercato che ormai si è inesorabilmente persa a vantaggio del fattore prezzo. Come sostengo da anni, l’adozione delle soluzioni Open Source nella Pubblica Amministrazione potrebbe essere la soluzione rilevante per tutto il settore.
Evito ogni considerazione sull’esito mediocre (per non parlare di totale fallimento) di alcuni progetti pregressi, nati sulla scorta dell’emotività e della possibilità di alcuni “eletti” vicini a chi chi decide, di “rinnovarsi” riciclandosi come “esperti” di Open Source.
Senza fare questioni di religione, non si può parlare di “modello Open Source” incastrando il tradizionale modo di produrre software in una serie di aziende vuote che nascono con l’unico scopo di “creare” poltrone di lavoro per politici parcheggiati in attesa delle prossime elezioni.
Non si nemmeno far passare come una lodevole iniziativa l’adozione dell’Open Source sottoforma di “scopiazzamento” alla bell’e meglio di programmi liberamente prelevabili dalla Rete e utilizzati al posto di equivalenti commerciali, se questi programmi vengono poi installati ed utilizzati da personale che costa 1.000 euro al giorno alla Pubblica Amministrazione.
La scelta dell’Open Source, più che sul risparmio, va centrata sul lato progettuale e sullo sviluppo a lungo termine. Impiegando quindi più specialisti rispetto all’utilizzo di un pacchetto commerciale che richiede invece del personale certificato e lascia margini di manovra più bassi.
Recuperando molti validissimi programmatori e analisti che potrebbero, grazie alla filosofia della community, sviluppare nuove soluzioni, soluzioni anche molto innovative, anche esportabili, si darebbe una vera opportunità di lavoro e si spenderebbero senz’altro meglio i soldi pubblici.
Spesso le soluzioni Open Source sono meno avide di risorse, perché frutto di una migliore progettazione e di un processo di revisione continua che difficilmente si riscontra nel software commerciale. La conseguenza indiretta è che si abbassano le specifiche sull’hardware, consentendo, in molti casi di dilatare i tempi di utilizzo delle apparecchiature già in dotazione.
Viene il dubbio, ovvio, che vi sia una sorta di accordo massonico tra produttori di certi software commerciali e produttori di hardware, ma è il loro mestiere e le loro preoccupazioni sono quelle di trarre il massimo profitto dal cinese che assembla le piastre madri per 100 euro al mese, non quello di “liberare” le specifiche hardware per agevolare la comunità Open Source.
Faccio riflettere su questo aspetto, molto importante, quando mi si dice che sostenere l’Open Source significa sostenere lo sfruttamento o il lavoro gratuito. Ribadisco: le multinazionali che stanno dietro al telefonino di ultima generazione o al computer multicore usato per scrivere lettere con Word, sfruttano manodopera dell’Estremo Oriente per compensi dieci volte inferiori a quelli di un equivalente operaio specializzato europeo o americano.
Sul piano dello sviluppo del software, poi, si smetterebbe di comprare all’estero, pagando così il prodotto di altri rimanendo legati mani e piedi a fornitori monopolisti.
Pagando programmatori italiani, finalmente la spesa della pubblica amministrazione servirebbe a rilanciare il mercato: cessando l’emorragia di denaro pubblico che finisce nelle tasche dei soliti noti che erogano consulenze e vendono prodotti che, guarda caso, sono sempre quelli che poi finiscono per essere i migliori.
Chi crede nello sviluppo comune del software come bene da condividere, chi crede che la conoscenza condivisa sia un valore universale, come l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, difficilmente potrà indossare la giacca e la cravatta e sedendo accanto al ministro di turno, adularlo o addirittura corromperlo al fine di dirottare somme ingenti in progetti inutili o dagli importi gonfiati al solo scopo di consentire il mantenimento della pletora di “poltrone di lavoro” di cui parlavo prima.
Insomma, sono convinto, ma chiedo conforto, che una forte diffusione dell’Open Source, senza incorrere in scelte binarie, potrebbe essere un forte aiuto alle aziende italiane dell’ICT che pagano programmatori italiani che poi spendono soldi nei negozi italiani dove lavorano altri dipendenti italiani che pagano le tasse in Italia…
Intelligenti pauca!